Sono stanco di questa Italia, sono stanco di vedere persone meno colte e con meno capacità andare avanti nella vita ed avere successo solo perchè conoscono e sono amiche di, sono stanco di non vedere mai riconosciute e valorizzate le nostre qualità, sono stanco di vedere attorno a me persone che non riescono a costruirsi un futuro, sono stanco di pensare che i nostri padri stavano meglio di noi, sono stanco di vedere la nostra volontà calpestata, sono stanco di sentire che siamo la prima generazione che sta peggio di quella che ci precede, sono stanco di vedere al governo i nostri dipendenti che pensano solo ai propri interessi. Sono stanco di questa destra, sono stanco di questa sinistra, sono stanco di chi mi etichetta come anarchico perchè non la penso come lui. Sono un libero pensatore ma sono stanco di questa Italia. Voglio troncare il rapporto con questa Italia ma non voglio fuggire dal mio paese anche perchè sono convinto di non essere l'unico che l'ama...
Cosa c'è dietro?
Quante volte vi siete posti questa domanda.
Cosa c'è di vero nella fobia per l'aviaria?
Cosa c'è dietro la crisi delle vignette danesi?
Cosa c'è dietro la crisi "nucleare" dell'Iran?
E' difficile trovare queste risposte tramite i media italiani, ancora una volta stampa e televisione si uniformano, inchieste e risposte te le devi andare a cercare.
Per fortuna esistono siti che fanno al caso nostro: www.disinformazione.info e www.movisol.org
La vicenda della vignette danesi sul profeta Maometto con il turbante a forma di bomba, che hanno creato una vera e propria crisi diplomatica tra Paesi Scandinavi e mondo islamico, che hanno visto alcuni governi arabi e islamici chiedere scuse ufficiali e sanzioni per il Jyllands-Posten, la testata danese che ha pubblicato le vignette, ancora che hanno visto due sedi del giornale evacuate per falsi allarme bomba, manifestazioni di piazza in Palestina e in altri paesi arabi, roghi di bandiere danesi, boicottaggio per i prodottii scandinavi con ingenti danni per aziende alimentari e farmaceutiche, l'Arabia Saudita che richiama il proprio ambasciatore a Copenhagen, la Libia che chiude l'ambasciata danese, hanno visto condanne ufficiali da Qatar e dall'ANP.
Hanno visto il direttore del giornale danese che dopo aver chiarito che con la pubblicazione dei disegni non si voleva essere razzista, nonostate le scuse e dopo aver reclamando la libertà di espressione, licenziato.
Ma cosa c'è dietro?
Perchè non si dice che la religione islamica vieta rigidamente l'iconografia sacra, cioè la rappresentazione di Dio in qualunque sua forma?
Perchè non si dice che questo divieto è spesso interpretato come la proibizione assoluta di rappresentare anche Maometto nonostante egli sia il Profeta e non la divinità stessa e in alcune interpretazioni ancora più restrittive tale divieto è esteso a tutte le rappresentazioni dell'uomo?
Tenendo conto di questa particolarità culturale dell'Islam è meno difficile comprendere per quale motivo vignette che rappresentano Maometto con una bomba sotto il turbante, vestito da prostituta o nelle vesti di un maiale, animale che l'Islam considera impuro, abbiano creato tanto risentimento.
D'altra parte la cultura scandinava è nota per la sua liberalità e la Danimarca figura tra i primi 5 paesi per libertà d'espressione secondo la classifica di reporter senza frontiere, la si pubblicano vignette che qui in Italia verrebbero considerate di cattivo gusto.
Fino a che punto può spingersi la libertà d'espressione, e quanto questa libertà può giustificare espressioni o vignette irriverenti, se non blasfemi?
Accetteremmo in Italia che venissero pubblicate vignette che rappresentino Gesù nelle vesti di una prostituta?
La stampa araba si lamenta la mancanza di rispetto verso la religione islamica e qualcuno si chiede cosa sarebbe accaduto se fossero state pubblicate vignette di dubbio gusto sull'Olocausto.
Quindi se da un parte noi ci sentiamo in dovere di dire ai Musulmani che dovrebbero essere laici quando si tratta di libertà di parola (o di vignette scadenti), dall' altra ci sentiamo in diritto di preoccuparci di non offendere la sensibilità dei devoti alla nostra cara e preziosa religione.
In alcuni paesi, Francia, Germania ed Austria è proibito per legge negare che siano stati commessi dei genocidi.
In Francia, per esempio, è illegale dire che l' olocausto degli Ebrei o degli Armeni non si è mai verificato.
E', quindi, vietato, in alcuni paesi europei, fare affermazioni di questo tipo.
Non sono sicuro dell' efficacia di queste leggi, credo che in ogni caso, per quanto venga proibita la negazione dell' Olocausto, gli antisemiti troveranno sempre il modo di aggirare l' ostacolo.
Difficilmente, però, risultiamo credibili se imponiamo restrizioni legali nei confronti di chi nega l' Olocausto e allo stesso tempo invochiamo la laicità quando scopriamo che i Musulmani non accettano l' immagine provocatoria e offensiva che abbiamo dato del loro Profeta.
Eppure se persino Fini è arrivato a pensare che dietro ai sommovimenti di questi giorni non può non esserci l'appoggio dei governi locali, come per esempio l'Iran.
Quindi cosa c'è dietro?
C'è dell'altro.
A seguito dell’incendio dell’ambasciata danese di Damasco e del consolato danese di Beirut il Ministro degli Esteri danese Per Stig Moeller ha dichiarato:
“Ci sono forze che vogliono lo scontro di civiltà...”.
Le iniziative violente sarebbero state provocate dalle vignette sul profeta Maometto pubblicate quasi tre mesi fa?
Dovrebbe essere fin troppo ovvio che la decisione di ripubblicare quelle vignette, su molti giornali, proprio nei giorni che hanno preceduto la decisione dell’IAEA contro l’Iran dello scorso 3 febbraio, miri a creare il clima da “scontro di civiltà”.
Se il ministro danese volesse davvero individuare le forze che istigano lo scontro di civiltà, a cui si riferisce, allora non dovrebbe faticare molto.
Il giornale in questione, Jylland Posten, che da tempo segue una linea editoriale islamofobica, ha avuto un ruolo fondamentale nel creare e finanziare un nuovo centro studi danese, il CEPOS (centro danese di studi politici).
Fondato il 10 marzo 2005, il CEPOS si rifà alle fondazioni di Washington che fiancheggiano il movimento neo-conservatore, l’American Enterprise Institute (AEI) e la Heritage Foundation , e a due centri di Londra, l’Adam Smith Institute e l’Institute of Economic Affairs.
Nel Comitato dei Consiglieri di CEPOS spicca nientepopodimenoché George P. Shultz in persona, che è anche membro onorario della direzione.
Shultz è l’eminenza grigia che controlla l’amministrazione Bush-Cheney (vedi gli articoli sul sito www.movisol.org. Si consiglia l’uso del motore di ricerca interna al sito).
Insieme all’ex capo della CIA James Woolsey, Shultz presiede il “Committee on the present Danger”, un centro studi particolarmente impegnato ad istigare la guerra contro l’Iran. I consiglieri di CEPOS provengono dall’AEI, dall’Università di Chicago e da altri centri neocon inglesi ed americani.
CEPOS è presieduto da Bernt Johan Collet, ex ministro della Difesa
Adesso si va verso l'incontro del 6 marzo dell'AIEA, occasione in cui El Baradei presenterà il suo rapporto sul programma nucleare iraniano.
Il voto del 4 febbraio ha però già in pratica garantito che, a prescindere dal contenuto di tale rapporto, l'Iran sarà deferito al Consiglio di Sicurezza affinché siano prese iniziative che vanno dalle sanzioni alle incursioni militari.
Per comprendere appieno la portata di questi sviluppi e individuare gli intrighi di stile veneziano orchestrati a Londra, attraverso il governo di Blair, occorre una certa chiarezza storica. Mentre in passato il famoso Arab Bureau del Foreign Office britannico ha tirato i fili dei potentati e delle formazioni radicali nel mondo islamico grazie alla presenza sul campo di “consiglieri” e proconsoli britannici, oggi per orchestrare la crisi si ricorre ad una maggiore capacità di fare leva sui profili psicologici di personalità e istituzioni che si vogliono portare sulle opposte barricate per lo scontro.
Secondo diversi mezzi d'informazione, un passo decisivo per arrivare allo scontro sul programma nucleare iraniano è stato compiuto il 31 gennaio nel banchetto a porte chiuse offerto dal ministro degli Esteri britannico Jack Straw.
Straw ha invitato i rappresentanti degli altri quattro paesi che insieme all'Inghilterra compongono il Consiglio di Sicurezza dell'ONU - USA, Francia, Russia e Cina - ed avrebbe proposto loro il deferimento immediato dell'Iran al Consiglio, per “sostenere l'AIEA”.
Le notizie rese pubbliche di quell'incontro sono vaghe, ma c'è poco da dubitare sul fatto che Straw abbia posto sul tavolo la questione delle sanzioni per poi esibirsi in un ruolo di “mediazione”, tra gli “estremi” rappresentati da Washington, da una parte, e da Russia e Cina dall'altra. Sempre secondo queste notizie, il segretario di Stato USA Condoleezza Rice avrebbe chiesto il deferimento immediato e quindi le sanzioni, mentre Russia e Cina avrebbero sostenuto la necessità di consentire all'AIEA di compiere la sua opera fino a marzo, dando così alla Russia il tempo per continuare i suoi negoziati con l'Iran, con il sostegno di Pechino, cercando di prevenire un deferimento al Consiglio di Sicurezza e lo scontro che ne conseguirebbe.
La Rice, si sa, è influenzata da George Shultz, che è stato suo mentore per un lungo periodo.
Il Committee on Present Danger lo scorso 23 gennaio ha diffuso un libro bianco in cui propone il “cambiamento di regime” a Teheran e iniziative di emergenza per eliminare il programma nucleare iraniano. Oltre alle sanzioni immediate dell'ONU, nel documento si chiede anche un embargo dei derivati del petrolio diretti in Iran, la convocazione di un tribunale internazionale che sottoponga a giudizio il sommo ayatollah Khamenei e il presidente Ahmadinejad, e un'aggressiva campagna di aiuti espliciti e segreti ai “dissidenti” del regime in Iran.
La questione nucleare è una bugia che non ha nemmeno le gambe per muoversi, altro che le armi di Saddam Hussein.
Anzitutto, nessun trattato od accordo internazionale impedisce ad un paese di dotarsi di tecnologia nucleare ad uso civile, e ci sarebbe anche da discutere sul fatto che non possa dotarsi d’armi nucleari, giacché coloro che sembrerebbero essere i giudici della contesa sono proprio i paesi ricchi di missili e relativi ordigni atomici.
Sorvoliamo su queste quisquilie diplomatiche, giacché sappiamo che nella storia esiste una sola legge – quella del più forte – e domandiamoci: davvero l’Iran sarebbe un pericolo per l’area?
A dire il vero, l’Iran parrebbe l’unico paese di un certo “peso” nell’area ad essere privo d’armi nucleari: se Teheran è un pericolo, il Pakistan che cos’è?
E non finisce qui, giacché l’Arabia Saudita ha recentemente ristrutturato con acquisti in Cina il proprio arsenale balistico: ufficialmente non ha l’atomica, ma armamenti chimici e biologici non mancano certo a Ryad. Non minimizziamo sugli armamenti biologici: per una popolazione colpita, è forse preferibile morire di botto in uno schianto atomico piuttosto della lenta e terribile morte che danno l’antrace modificato od il nuovo vaiolo made in provetta.
Pakistan, India, Cina ed Israele hanno arsenali propri, mentre l’Iraq e l’Afghanistan sono sotto controllo americano (e quindi sotto il loro “ombrello” atomico): chi è rimasto fuori?
La Siria si è dotata recentemente dei missili SS-26 Iskander russi, in grado di volare bassi, velocissimi e praticamente invisibili ai radar; l’obiettivo di quei missili (con testata convenzionale, ad esplosivo) è uno solo: in caso di guerra contro Israele, colpire la centrale nucleare israeliana di Dimona.
Insomma, tutti in Medio Oriente sono in grado di combinare sfracelli con quello che già possiedono: se l’Iran fra qualche anno avesse la bomba atomica, è oggi il caso di far saltare l’intero pentolone medio-orientale con quella motivazione? Sarebbe come dar fuoco alla casa per prevenire un possibile incendio.
Le vere motivazioni bisogna andarle a cercare da altre parti, ma non c’è tanto da “grattare” per scoprire l’uovo di Colombo: Petrolio.
La prima causa è comune a tutti gli stati che possiedono giacimenti petroliferi: nessun paese che gode di simili ricchezze può permettersi di trasformarle in tessuto produttivo, in un apparato industriale, giacché maggiore è l’indipendenza economica e tecnologica dalle grandi potenze e minore è il controllo imperiale e neocoloniale che le stesse possono esercitare.
Ci sono due esempi – antitetici – che dimostrano ampiamente questa tesi: il primo è l’Iraq, che – pur essendo al secondo posto nel pianeta per riserve di petrolio censite – estraeva a ritmi molto blandi e trasformava i proventi in tessuto industriale e nella modernizzazione del paese.
Contrariamente a quello che oggi tutti pensano, il giudizio che alcuni storici (fra i quali Paolo Mieli) danno di Saddam Hussein non è completamente negativo: il rais di Baghdad iniziò a commettere clamorosi errori dopo il 1980, quando s’impelagò nella terribile guerra contro l’Iran, ma prima aveva giocato bene le sue carte.
L’Iraq non è un paese molto popoloso ed ha due grandi fiumi che lo attraversano, il Tigri e l’Eufrate: ciò rende possibile l’irrigazione e quindi l’indipendenza alimentare. I proventi petroliferi, se ben investiti per creare un apparato produttivo, avrebbero consentito all’Iraq di diventare una sorta di “Germania” dell’area, ovvero un paese ricco di tecnologia.
Grande attenzione veniva posta all’istruzione, e molti iracheni frequentarono le università europee: da ultimo, non dimentichiamo che, se qualcuno cercava un paese islamico dove la donna aveva uguali diritti e tutte le possibili carriere aperte, quello era proprio l’Iraq di Saddam Hussein. Sfidiamo chiunque a provare il contrario.
Una miriade di fattori non resero possibile il passo, primi fra tutti proprio la megalomania di Saddam Hussein ed il conseguente regime di terrore interno, ma né gli USA né Israele avrebbero mai permesso che Baghdad diventasse un paese tecnologicamente avanzato. Non dimentichiamo che il bombardamento effettuato nel 1981 sulla centrale nucleare irachena in costruzione fu – per il diritto internazionale – un puro e semplice atto di terrorismo, giacché non esisteva uno stato di guerra fra i due paesi (a meno di risalire alla guerra del 1948, tesi assai labile).
All’opposto, l’Arabia Saudita è il lampante esempio del contrasto: il primo produttore di greggio al mondo – che subdolamente sostiene Al-Qaeda – viene considerato “alleato” giacché i proventi petroliferi sono investiti nella finanza internazionale, pura e semplice carta “garantita” dalle Banche Centrali.
Se – invece di pura e semplice carta – qualcuno inizia a costruire industrie, quelle non sono più carta ma beni, ovvero qualcosa che ha un valore d’uso – e non di pura imputazione – e quindi non soggetto al controllo imperiale.
E l’Iran?
Il paese si trova oggi in mezzo al guado: ha siglato recentemente un contratto con la Cina per la fornitura a prezzi di mercato di gran parte della propria produzione (petrolio e gas) per i prossimi 25 anni.
Bush non ha certo festeggiato l’evento con un party nel prato della Casa Bianca.
D’altro canto, per l’Iran questa non è certo una novità: già nel 1953, gli USA riuscirono ad impedire che i proventi petroliferi servissero per migliorare le condizioni di vita degli iraniani e riuscirono a “togliersi dai piedi” l’ingombrante Mossadeq, che aveva nazionalizzato le compagnie inglesi.
L’Iran, a differenza dell’Iraq e dell’Arabia Saudita, è molto popoloso ed ha una popolazione in forte crescita: inoltre, ha sì importanti ricchezze petrolifere, ma non abbondanti come quelle dei due vicini.
Se Teheran usa il petrolio ed il gas nazionale per supportare l’apparato produttivo interno, si priva di gran parte dei proventi petroliferi; la ragione della “corsa” al nucleare è tutta qui: incassare valuta pregiata con il petrolio ed il gas e produrre energia ad uso interno con le centrali nucleari.
E gli aspetti militari?
Chiunque possieda centrali nucleari è in grado di produrre – se si dota della necessaria tecnologia – ordigni atomici, questo è innegabile, ma impedire ad un paese di produrre energia elettrica dal nucleare per scopi pacifici è come proibire la vendita dei coltelli da tavola, giacché con un attrezzo del genere chiunque può sgozzare il proprio vicino.
Come ricordavamo, i trattati internazionali riconoscono chiaramente il diritto per qualsiasi paese di dotarsi di tecnologia nucleare: possiamo avere riserve di tipo ecologico al riguardo, ma questo è un altro paio di maniche.
Per risolvere la questione, la Russia ha offerto d’arricchire l’Uranio nelle proprie centrali e quindi di fornirlo all’Iran per produrre elettricità in patria: gli iraniani non hanno rigettato la proposta, ma hanno chiarito che l’accordo andrebbe approfondito. I timori, per Teheran, sono evidenti: se il combustibile nucleare per il funzionamento dell’apparato industriale proviene dall’estero, è come consegnare le chiavi della propria autovettura al proprietario di una stazione di rifornimento, che elargirà la benzina secondo le proprie convenienze.
In ogni modo, Teheran non ha escluso quella via: ha semplicemente chiesto altro tempo per approfondire i termini del possibile accordo.
Qual è allora la ragione della fretta americana, il prurito che non può essere placato senza la pioggia di bombe?
La fretta ha nome e cognome, e si chiama Borsa Energetica.
Da quando esiste il mercato del petrolio, il suo prezzo è fissato in dollari: quanto vale il mercato mondiale dell’energia (in dollari)?
Con il prezzo del petrolio intorno ai 60$ il barile siamo intorno ai 3.500 miliardi di dollari, miliardo più miliardo meno, proprio una bella cifretta, nella quale è compresa tutta l’energia consumata nel pianeta, proveniente da varie fonti (petrolio, carbone, gas, ecc.)
Il mercato mondiale dell’energia vale quindi tre volte il PIL italiano, oppure un terzo di quello americano: sempre valutati in dollari.
Già, ma quanto vale un dollaro?
L’attuale, alto prezzo del greggio racconta non una, bensì due vicende: l’esaurimento delle risorse ma anche il deprezzamento del dollaro, “scaduto” in cinque anni rispetto all’euro di un buon 35%. Il prezzo del greggio viene da sempre misurato in dollari perché è stata sempre assegnata alla divisa statunitense una sostanziale solidità: poteva sì fluttuare come le altre monete, ma Washington rimaneva sempre la miglior garanzia di non ritrovarsi con le casse dello stato piene di carta straccia.
L’idea balzana scaturita dal turbante degli ayatollah è quella di creare una Borsa Energetica dove si possa pagare in dollari, oppure in altre valute. Va da sé che nessuna moneta può competere con il dollaro, e nessuno pretenderebbe di pagare con dinari jugoslavi o con pesos argentini, ma in euro sì.
I vantaggi di un “petrol-euro”, per i paesi produttori, sarebbero quelli d’incassare una valuta più stabile (giacché garantita da accordi di bilancio fra i paesi contraenti, il trattato di Maastricht), mentre per gli acquirenti la maggior stabilità della valuta di riferimento sarebbe garanzia di minori oscillazioni del prezzo: insomma, l’euro prenderebbe il posto del dollaro nel mercato dell’energia.
Se il greggio iraniano (e d’altri paesi) fosse commercializzato in euro, sarebbe un’ulteriore batosta per la Federal Reserve del fuggitivo Greenspan, ed il biglietto verde accentuerebbe la ripida china che lo sta conducendo al disastro.
Ecco la pruderie che conduce a tenere schiacciato l’indice sul grilletto, ecco la vera ragione per scaldare i motori di portaerei e cacciabombardieri!
Nelle settimane che seguiranno ci saranno senza dubbio frenetiche consultazioni diplomatiche, ma il sospetto che l’attacco all’Iran sia visto come una puntata troppo alta anche per i potenti USA inizia a farsi largo: gli USA – nella nuova avventura – non avranno pressoché nessuno (a parte, forse, Israele) al fianco.
C’è puzza di morto in questa vicenda, inutile negarlo, puzza di morto e d’inganno come mai era avvenuto in passato, né in Kossovo e né in Iraq: nonostante le roboanti boutade, gli USA del 2006 sono il pallido spettro del pugile che – nel 1991 – iniziò la prima Guerra del Golfo.
Se Bush deciderà di giocare il tutto per tutto – trascinando i sempre più dubbiosi americani nell’ennesima “guerra patriottica” – s’avvieranno solitari verso le calde acque del Golfo Persico come – nel freddo dicembre del 1941 – le navi dell’ammiraglio Chuichi Nagumo s’avvicinavano a Pearl Harbour...
Ecco le armi chimiche in Iraq: le abbiamo portate noi!
Mi direte che ho il gusto del macabro, si, lo sapete che mi piace il genere horror, ma quando è letteratura, quando è finzione, non quando è realtà.
Spesso ci si scaglia contro persone come me che si dicono pacifiste, che sono obiettori di coscenza, ma altrettanto spesso ci si dimentica di che cosa è fatta la guerra, che cosa è la guerra.
La guerra non è solo quella che ci hanno fatto vedere sui media, le bombe intelligenti, le armi supertecnologiche che colpiscono solo i "bersagli sensibili", la guerra è morte, a volte atroce, di persone inermi che secondo l'invasore di turno hanno solo sbagliato "popolo" a cui appartenere.
Fortunatamente in Italia esiste ancora un canale veramente libero che si può permettere di condurre inchieste giornalistiche serie, di fare la notizia non solo di riportarla: RaiNews24
Grazie al magnifico a agghiacciante servizio "Fallujah-la strage nascosta" scopriamo cosi che si, noi da bravi soldati siamo andati laggiù per "liberarli" dalle armi chimiche di Saddam ma quelle non sono mai esistite, ora lo sappiamo e l'inchiesta e lo scandalo in corso rischiano, perchè molto probabilmente non accadrà, di travolgere il governo americano. Scopriamo cosi che ci hanno pensato i "nostri liberatori",a quanto pare, non solo a importarle laggiù, ma anche a scagliarle contro la popolazione civile!
Della guerra in Vietnam molti registi, ci hanno fatto vedere i loro film. In ritardo, troppo in ritardo. Dai campi di sterminio nazisti abbiamo ereditato documentari e processi per crimini di guerra. In ritardo, sempre troppo in ritardo. L'alibi del "non lo sapevo" ora non vale più.
Ora lo sappiamo.
"Ho sentito io l'ordine di fare attenzione perché veniva usato il fosforo bianco su Fallujah. Nel gergo militare viene chiamato Willy Pete. Il fosforo brucia i corpi, addirittura li scioglie". Così Jeff Englehart, veterano parla della guerra in Iraq a Rai News 24. "Ho visto i corpi bruciati di donne e bambini. Il fosforo esplode e forma una nuvola. Chi si trova nel raggio di 150 metri è spacciato".
Nell'inchiesta di Rai News 24, realizzata da Sigfrido Ranucci e curata da Maurizio Torrealta, uno dei migliori giornalisti italiani che collaborava con lo staff di Michele Santoro fatto fuori dal Cavaliere Gerrafondaio, vengono mostrati documenti filmati del bombardamento al fosforo sui quartieri della città, e quelli molto drammatici che riprendono gli effetti su militari, su intere famiglie civili, sui tanti bambini di Fallujah, alcuni dei quali sorpresi nel sonno.
Forse ora si capisce anche il reale motivo del rapimento di Giuliana Sgrena e la triste fine del collaboratore del Diario, Enzo Baldoni che ha perso la vita casualmente proprio a Fallujah.
"Avevo raccolto testimonianze sull'uso del fosforo e del Napalm da alcuni profughi di Fallujah che avrei dovuto incontrare prima di essere rapita" - ha raccontato la giornalista del Manifesto a Rai News 24 "avrei voluto raccontare tutto questo, ma i miei rapitori non me l'hanno permesso!".
Jeff Eglehart (ex marine)
«Ero in Missione a Fallujah. All'interno della ranger zone.Ero a 150 metri da dove si svolgeva l'attacco. Abbiamo ricevuto l'ordine diretto che qualsiasi individuo che camminava o si muoveva era un obiettivo"
D. "E' vero che avevate ordine di sparare anche a ragazzi di dieci anni?"
R. "quando siamo arrivati in Iraq c'era uno standard di combattenti : dai 18 ai 65 anni , ma quando siamo giunti a Fallujah il target e' sparito perché effettivamente in città c'erano ragazzi di 10 anni che usavano il mitra"
D." A suo figlio cosa racconterebbe della battaglia di Fallujah?"
R. ".Che è stato un genocidio, è stato bombardato tutto il bombardabile. Non è stata una guerra, ma un omicidio di massa" e ancora "...il fosforo bianco..., quando esplode si disperde come una nuvola, se colpisce un essere umano lo consuma fino all'osso, ma non necessariamente brucia i vestiti, perché agisce sulle molecole acquose. Brucia l'ossigeno e inalandolo, si muore..."
D. "Lei ha visto l'effetto di queste armi?"
R. " Si,ho visto dei corpi bruciati. La differenza tra le altre armi e il fosforo bianco si vede. Brucia sciogliendo la carne e deformando il corpo, lo scioglie. Durante i bombardamenti sono stati colpiti sia i civili che combattenti. Sono stati uccisi donne e bambini. Anche gli animali. L'effetto di questa nuvola colpisce fino a 150 metri di diametro e chi è in quel raggio è spacciato"
D. "Alcuni filmati testimoniano violazioni all'interno delle moschee, di croci dipinte sui muri e sul Corano. Lei sa qualcosa in merito?"
R. "Ho sentito di molti vandalismi da parte di soldati...
D. "E' vero che avete aspettato il risultato delle elezioni , la conferma della vittoria di Bush, per bombardare Fallujah?
R. "..E' andata esattamente così. Abbiamo avuto direttamente l'ordine dal Pentagono di non attaccare fino al risultato delle elezioni. Questo ha fatto innervosire molto i militari
D. "Lei ha partecipato all'attacco nel novembre 2004, quello più terribile. Sono state usate armi chimiche a Falluja?"
R. "Da parte degli Stati Uniti? Assolutamente si. Sicuramente il fosforo bianco,probabilmente il napalm, chiamato MK77.
D. "Ne è sicuro?"
R. "Si"
D. "Come fa ad esserne certo?"
R. " Ho sentito per radio l'ordine di fare attenzione perché veniva usato il fosforo bianco. Nel linguaggio militare viene chiamato Willy Pete "
L'inchiesta la trovate qua.
Posso solo commentare in questa giornata di sciopero dei giornalisti italiani, ancora una volta di più, quanto sia assurdo chiamare missione di pace, una guerra dove qualcuno che dice essere contro il terrorismo in realtà, come il terrorismo, uccide esseri umani inermi e innocenti...